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LA LEGGE QUADRO SULLE AREE PROTETTE COMPIE 20 ANNI

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Parco Nazionale delle Stelvio - Foto di L. ZamprognoLombardia: le risorse sempre più ridotte destinate ai parchi, la loro progressiva marginalizzazione nella gestione delle risorse territoriali e le crescenti debolezze e contraddizioni del sistema di aree protette oscurano la lungimiranza lombarda dimostrata nei decenni scorsi e contribuiscono a minacciare i livelli di biodiversità e di benessere per le comunità locali in una delle regioni più disordinatamente urbanizzate d’Italia

Sono trascorsi 20 anni dalla prima legge nazionale sulle aree protette: per alcuni, il documento che ha di fatto rappresentato uno spartiacque normativo in materia di Parchi dovrebbe essere aggiornato … ma è davvero la 394/91 ad avere bisogno  di un “restyling”o è  piuttosto il nostro modo di pensare alle aree protette oggi?

A guardare i numeri, il “sistema dei parchi” in Italia sembrerebbe godere di buona salute: sono 871 le Aree Naturali protette riconosciute, un puzzle al quale concorrono tessere grandi e piccole (24  Parchi Nazionali, 27 Aree Marine protette, 147 Riserve Naturali Statali, 134 Parchi Naturali Regionali, 365 Riserve Naturali Regionali, 171 altre aree protette regionali) che complessivamente presidiano oltre un milione e mezzo di ettari, il 5 % circa del territorio nazionale. Un mosaico di tessere verdi al quale hanno contribuito tutte le Regioni, in primis la Lombardia, che con la legge 86/83 sulle aree protette anticipava di ben 8 anni la Legge Quadro, aprendo le porte al riconoscimento delle oltre duecento aree protette attuali.

L’allora lungimirante Regione Lombardia ha fatto senza dubbio da apripista a tutta una serie di esperienze innovative: citiamo i  PLIS  - Parchi Locali di Interesse Sovracomunale – caso eccezionale di aree protette istituite direttamente dalle amministrazioni locali.  Un modello che, dal punto di vista teorico, continua ad essere interessante ma che si scontra con una realtà caratterizzata da insufficienti risorse economiche e strumenti  di valorizzazione e dialogo con i territori.

Altro caso è quello dei Parchi Naturali lombardi che, a seguito delle regole minime introdotte dalla Legge Nazionale sono stati trasformati dalla Regione in Parchi Regionali – sottraendoli di fatto alle disposizioni nazionali. Ad oggi non sono state ancora effettuate la gran parte delle riperimetrazioni dei parchi naturali che dovrebbero tutelare il patrimonio lombardo di biodiversità in un territorio tra i più aggrediti e antropizzati d’Italia.

E non possiamo non vedere anche una importante contraddizione di fondo del sistema lombardo, che da una parte sembra rifarsi al concetto di Parco inteso come un territorio incontaminato in cui bandire l’elemento antropico (riserva indiana della biodiversità) e dunque da limitare alle sempre più ridotte superfici ancora caratterizzate da forti gradienti di naturalità in pianura ed alle vette disabitate in montagna, ma dall’altra – ospitando le uniche riserve di superfici ancora libere – è sempre più interessato da profonde trasformazioni legate a nuove inutili autostrade, impianti di trasporto di energia o nuove lottizzazioni risultato di una diffusa e disordinata urbanizzazione del territorio circostante.

Ancora, i Parchi riconosciuti appaiono – almeno sulla carta - come arterie verdi che attraversano la regione in direzione nord-sud in corrispondenza degli ambiti fluviali più importanti.
All’appello manca però l’arteria principale: il Parco del Po, a tutela del più importante fiume italiano. Non esiste ad oggi alcuna forma di tutela all’altezza di quello che rappresenta l’ultimo ed il principale corridoio ecologico della Pianura Padana in direzione ovest-est, un fiume di importanza internazionale che attraversa le 6 regioni più antropizzate del Paese (poco meno di 16.000.000 di abitanti) nonché le più industrializzate (37% dell’industria italiana, 40% del PIL, 46% dei posti di lavoro, 55% della zootecnia, 35% della produzione agricola, 48% del consumo nazionale di energia elettrica). Un fiume che a distanza di 20 anni non è ancora stato riconosciuto come “Il Corridoio ecologico regionale”, in un contesto in cui il paesaggio viene divorato dalle città a dei ritmi che rischiano  di precludere definitivamente la possibilità di dotare il nostro territorio di un adeguato sistema di infrastrutture naturali di collegamento, senza le quali le popolazioni di specie isolate andranno inesorabilmente incontro all’estinzione.

Secondo l’Associazione Pro Natura è giunta l’ora di assumersi una responsabilità importante in materia di tutela del territorio, della biodiversità e della qualità della vita delle comunità innanzi tutto sgombrando il campo da equivoci circa il senso attuale dei parchi: isole di natura e di vincoli da difendere dall’uomo e circondate da disordine ed assenza di regole o laboratori di sostenibilità utili a mettere a punto strategie complesse di gestione territoriale che tengano conto di molteplici obiettivi sotto il profilo naturalistico, paesaggistico, culturale, economico e di benessere delle comunità locali da esportare a tutto il territorio?

Questa seconda ipotesi deve costituire la chiara impostazione per le aree protette nei prossimi venti anni, altrimenti i parchi di oggi costituiranno nella realtà solo la sempre più precaria riserva di aree per le speculazioni di domani.

Ma per consegnare ai Parchi l’importante ruolo di laboratori dei modelli futuri di territorializzazione occorrono coerenti risorse economiche, strumenti di pianificazione e di confronto con il territorio, e soprattutto un riconoscimento chiaro e non sottoposto alle strumentalizzazioni della politica.

Questo ci aspettiamo per il “compleanno” della legge quadro delle aree protette, una nuova assunzione di responsabilità nei confronti delle generazioni future, consapevoli del fatto che dalla funzionalità ecosistemica dipende anche la nostra economia e il nostro benessere.